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Olio Monocultivar o Blend: Differenze e Come Scegliere

Pubblicato il 19 Settembre 2024

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Da GIULIANO CONFORTI

L’olio monocultivar è un olio extravergine ottenuto da una sola varietà di olive, mentre il blend nasce dalla miscela di due o più cultivar: il primo ha un profilo aromatico netto e riconoscibile, il secondo un gusto più equilibrato e costante. Nel nostro frantoio, a San Giorgio Albanese in provincia di Cosenza, produciamo soprattutto olio monocultivar di Carolea, la varietà simbolo della Calabria, ma so bene quanto sia importante capire la differenza per scegliere l’olio giusto.

In questa guida vi spiego cosa significa olio monocultivar, cosa cambia rispetto al blend, quali sono i pregi e i limiti di ciascuno e come orientarsi in base a ciò che dovete cucinare. Perché non esiste un olio migliore in assoluto: esiste l’olio giusto per il vostro gusto e per il piatto che avete davanti. Un olio monocultivar intenso è perfetto su una bruschetta, un blend morbido è più versatile per l’uso quotidiano.

La parola cultivar spaventa, ma significa semplicemente varietà di oliva, come per l’uva esistono il Sangiovese o il Nebbiolo. Ogni cultivar ha il suo carattere: chi più amaro, chi più dolce, chi più piccante. Da qui nasce tutta la differenza tra un olio monocultivar e un blend, e capirla vi aiuterà a leggere le etichette e a spendere bene i vostri soldi.

Olio monocultivar Carolea a confronto con un olio blend in degustazione
Olio monocultivar e blend a confronto: identità varietale contro equilibrio

Cosa significa olio monocultivar

Un olio monocultivar è un olio extravergine di oliva prodotto da una sola varietà, o cultivar, di olive. Il termine unisce “mono”, cioè uno, e “cultivar”, cioè varietà coltivata. Quando in etichetta leggete “monocultivar Carolea” o “monovarietale Coratina”, significa che quell’olio nasce da olive di quella singola varietà, raccolte e molite separatamente.

Il pregio dell’olio monocultivar è l’identità. Ogni cultivar porta nell’olio i suoi profumi e i suoi sapori tipici: la Carolea calabrese dà un fruttato medio con note di erba e mandorla e un amaro-piccante equilibrato; la Coratina pugliese è intensa e piccante; la Taggiasca ligure è dolce e delicata. Assaggiare un olio monocultivar è come conoscere il territorio da cui viene. È la scelta di chi cerca carattere e tracciabilità.

Cos’è invece un olio blend

Il blend, o taglio, è un olio extravergine ottenuto miscelando oli di due o più cultivar diverse. È una pratica antica e nobile, se fatta con criterio: l’obiettivo è costruire un olio equilibrato, in cui la dolcezza di una varietà bilancia l’amaro di un’altra, la delicatezza smorza il piccante. Molti oli da supermercato e anche pregiati blend d’autore nascono così.

Il vantaggio del blend è la costanza e l’equilibrio. Miscelando, il produttore può proporre ogni anno un gusto simile, indipendentemente dall’andamento della singola raccolta, e ottenere un profilo morbido e versatile che piace a molti. A differenza dell’olio monocultivar, però, il blend perde in identità: è più difficile riconoscere il territorio e la varietà di partenza. Non è un difetto, è una scelta diversa.

Olio monocultivar o blend: le differenze principali

Mettiamo a confronto olio monocultivar e blend sui punti che contano davvero:

  • Aroma: l’olio monocultivar ha un profilo netto e riconoscibile; il blend è più equilibrato e rotondo.
  • Costanza: il blend è più stabile di anno in anno; il monocultivar cambia con l’annata e il territorio.
  • Tracciabilità: l’olio monocultivar racconta una varietà e un luogo precisi; il blend mescola più origini.
  • Uso: il monocultivar dà il meglio a crudo per esaltarne il carattere; il blend è comodo per l’uso quotidiano e in cottura.

Non c’è un vincitore assoluto. C’è chi ama la personalità decisa di un olio monocultivar e chi preferisce la morbidezza rassicurante di un blend. La qualità, in entrambi i casi, dipende dalle olive di partenza, dalla molitura a freddo e dalla cura del produttore, non dal fatto che sia mono o blend.

Come si riconoscono in etichetta

Per capire se avete tra le mani un olio monocultivar o un blend, leggete l’etichetta. Un olio monocultivar riporta il nome della varietà: “monocultivar”, “monovarietale” seguito dal nome della cultivar, ad esempio Carolea, Coratina, Frantoio, Leccino. Un blend, invece, di solito indica genericamente “olio extravergine di oliva” e, se è una miscela di oli europei, la dicitura “miscela di oli di oliva originari dell’Unione Europea”.

Attenzione a non confondere il blend di qualità, fatto dal frantoio con cultivar selezionate, con gli oli industriali che mescolano provenienze diverse solo per abbattere i costi. La differenza si sente all’assaggio e si legge nell’origine: un buon olio, monocultivar o blend, dichiara sempre da dove vengono le olive. Diffidate degli oli senza origine chiara e troppo economici.

Quando scegliere l’olio monocultivar e quando il blend

La scelta tra olio monocultivar e blend dipende dall’uso. Per esaltare un piatto a crudo, una bruschetta, un carpaccio, un pesce al vapore, una vellutata, scegliete un olio monocultivar: il suo carattere fa la differenza e diventa protagonista. Un monocultivar intenso e piccante è perfetto anche sui legumi e sulle carni grigliate.

Per l’uso quotidiano, per soffritti, cotture e per chi cerca un gusto morbido che non copra gli altri sapori, un buon blend equilibrato è comodo e versatile. Molte famiglie tengono in dispensa entrambi: un olio monocultivar pregiato per finire i piatti a crudo e un olio più semplice per cucinare tutti i giorni. È la soluzione che consiglio anch’io.

Il nostro olio monocultivar Carolea

Alle Tenute Conforti, a San Giorgio Albanese, abbiamo scelto la strada dell’olio monocultivar di Carolea, la cultivar principe delle nostre colline nella valle del Crati. Raccogliamo le olive all’invaiatura, tra ottobre e novembre, e le moliamo a freddo entro poche ore: così l’olio conserva un fruttato medio, note di mandorla ed erba, un amaro-piccante equilibrato, polifenoli oltre 250 mg/kg e un’acidità bassissima tra lo 0,2 e lo 0,3%. È l’identità della Calabria in una bottiglia.

Se volete provare un vero olio monocultivar, partite dal nostro olio extravergine in bottiglia, dalla latta di olio EVO, dal pratico bag in box o dal formato famiglia 5 litri in pedana. Abbinatelo ai nostri salumi e alle conserve calabresi. Qui rispondiamo io o mio fratello, mai un call center.

Domande frequenti su olio monocultivar e blend

Cosa vuol dire olio monocultivar?

Olio monocultivar significa olio extravergine ottenuto da una sola varietà di olive, detta cultivar. In etichetta si trova come “monocultivar” o “monovarietale” seguito dal nome della varietà, ad esempio Carolea o Coratina. Ha un profilo aromatico netto e riconoscibile, legato alla varietà e al territorio di origine.

È meglio l’olio monocultivar o il blend?

Non c’è un olio migliore in assoluto. L’olio monocultivar ha carattere e identità, ideale a crudo per esaltare i piatti; il blend è più equilibrato e versatile, comodo per l’uso quotidiano. La qualità dipende dalle olive, dalla molitura a freddo e dalla cura del produttore, non dal fatto che sia mono o blend.

Che differenza c’è tra monocultivar e monovarietale?

Nessuna: sono sinonimi. Entrambi indicano un olio extravergine prodotto da una singola varietà di olive. “Cultivar” e “varietà” sono la stessa cosa, quindi olio monocultivar e olio monovarietale descrivono lo stesso tipo di prodotto.

Il blend è un olio di qualità inferiore?

No. Un blend fatto da un buon frantoio con cultivar selezionate può essere eccellente ed equilibrato. Il blend perde in identità rispetto all’olio monocultivar, ma non necessariamente in qualità. Va distinto dagli oli industriali che mescolano provenienze diverse solo per abbassare i costi, riconoscibili dal prezzo basso e dall’origine poco chiara.

Qual è la cultivar dell’olio calabrese?

La cultivar principale della Calabria è la Carolea, diffusa soprattutto nel Cosentino e nel Catanzarese. Dà un olio monocultivar dal fruttato medio, con note di erba e mandorla e un amaro-piccante equilibrato. Esistono anche altre varietà locali come la Dolce di Rossano, la Roggianella e la Tonda di Strongoli.

L’olio monocultivar costa di più?

Spesso sì, perché richiede la raccolta e la molitura separata di una singola varietà e valorizza la tracciabilità. Non sempre però il prezzo più alto garantisce qualità superiore: contano l’annata, la molitura a freddo e la freschezza. Un olio monocultivar di filiera corta, come il nostro, offre un ottimo rapporto tra qualità e prezzo.

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