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Spianata Piccante Calabra: storia, lavorazione e segreti del salume principe della Calabria

Pubblicato il 10 Maggio 2023

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Da admin

C’è un salume che, su qualsiasi tagliere calabrese che si rispetti, occupa un posto fisso accanto alla soppressata e al capocollo. È la spianata, schiacciata sotto i pesi fino a prendere quella forma ovale appiattita che la rende riconoscibile a colpo d’occhio. Chi viene in Calabria per la prima volta la confonde spesso con un salame qualunque. Chi la assaggia, capisce subito che non lo è.

La forma non è un vezzo estetico. È una soluzione tecnica nata dall’osservazione del clima. In Calabria, fra le colline interne della Sila Greca e i versanti che guardano lo Ionio, l’aria d’inverno è secca e ventilata, ma le escursioni termiche giornaliere sono importanti. Un salame a sezione tonda, di calibro grosso, fatica a stagionare in modo uniforme: l’esterno asciuga troppo in fretta, il cuore resta umido. Pressando l’impasto fino a ridurne lo spessore, si riduce la distanza che l’umidità deve percorrere per uscire dal budello. Diametro minore, maturazione più omogenea. Una regola di buon senso contadino che precede di secoli qualsiasi manuale di tecnologia delle carni.

La spianata piccante calabra è un salame stagionato di carne suina, schiacciato meccanicamente durante le prime settimane di asciugatura, aromatizzato con peperoncino calabrese in polvere e sale marino, e portato a una stagionatura minima di 90-120 giorni in ambiente ventilato. Si distingue dagli altri salumi calabresi per la forma ovale appiattita, il colore rosso intenso e l’equilibrio fra sapidità della carne e persistenza piccante del peperoncino di varietà locale. Senza glutine e privo di lattosio nella versione tradizionale, è uno dei salumi più rappresentativi della gastronomia calabrese insieme alla ‘nduja e alla soppressata.

Le origini della spianata calabra: dal maiale di famiglia al tagliere

Le radici della spianata si perdono nella cultura del porcu di casa, il maiale che ogni famiglia calabrese allevava nel proprio cortile fino a qualche decennio fa. L’uccisione cadeva tra dicembre e febbraio, nei giorni più freddi dell’anno, quando la temperatura ambiente bastava da sola a garantire la conservazione delle carni durante le prime ore di lavorazione. Era una giornata di lavoro collettivo: parenti, vicini, qualche compare chiamato apposta. Le donne in cucina a preparare le frittule, pezzi di carne, cotenne e ritagli cotti lentamente nella sugna dentro la caddara, il grande paiolo di rame stagnato. Gli uomini al disosso e alla macinatura.

Da quella giornata nascevano i salumi che avrebbero accompagnato la famiglia per tutto l’anno: capocollo dalla coscia, soppressata dalle parti nobili, salsiccia dalle rifilature, ‘nduja dai grassi e dalle parti più povere. E la spianata, fatta con un impasto a grana media che mescolava carni magre della spalla e del prosciutto con lardo di schiena tagliato a coltello. Il filosofo Tommaso Campanella, nel Medicinalium, già nel 1635 citava il peperoncino come ingrediente medicinale e gastronomico del territorio calabrese. Le tracce documentarie della spianata come prodotto riconoscibile risalgono al pieno Ottocento, quando i primi opifici familiari della Sila Greca e della Locride iniziarono a produrla anche per il mercato locale.

A San Giorgio Albanese, paese arbëreshë della provincia di Cosenza dove sorge l’azienda Conforti, la tradizione del maiale e della pressatura dei salumi non si è mai interrotta. La memoria contadina ha incrociato la cultura albanofona portata dai profughi del XV secolo, creando varianti locali che sopravvivono ancora oggi nelle dispense delle famiglie del posto. La nostra spianata nasce esattamente da quel passaggio di mani, con la stessa proporzione di magro e grasso che ricordo di aver visto pesare a occhio da chi mi ha insegnato il mestiere.

Come si fa la spianata calabra: anatomia di una lavorazione

La spianata si fa con tagli precisi del maiale, non con un macinato generico. Le parti utilizzate provengono prevalentemente dalla coscia, dalla spalla e dalla coppa, scelte per il giusto rapporto fra struttura muscolare e infiltrazione di grasso. Il lardo, separato in fase di disosso, si prende dalla schiena: è il lardo di copertura, quello compatto e bianco, non il guanciale né il grasso di pancia. La proporzione classica oscilla intorno al 70-75% di magro e 25-30% di grasso, anche se ogni produttore calibra la ricetta sul tipo di animale e sulla resa finale che cerca.

Macinatura e impasto

La carne va al tritacarne con stampo a fori medi, indicativamente da 6-8 millimetri. Una macinatura troppo fine impasterebbe la carne e impedirebbe il rilascio corretto dell’umidità in stagionatura; una troppo grossa darebbe un salume slegato. Il lardo, invece, si taglia a coltello a cubetti di 4-5 millimetri di lato: il taglio meccanico fine lo scalderebbe e ne comprometterebbe la stabilità nell’impasto. Chi conosce la lavorazione lo riconosce al taglio: i cubetti devono essere ben distinguibili nella massa rossa, non spappolati.

Al magro macinato si aggiunge il sale marino, generalmente in proporzione di 26-30 grammi per chilo di impasto. La salatura va calibrata in funzione del calibro e del tempo di stagionatura previsto: troppo poco sale espone a rischi microbiologici, troppo soffoca l’aroma del peperoncino. Si aggiungono poi pepe nero in grani, e soprattutto il peperoncino calabrese in polvere, che è l’ingrediente identitario.

Il peperoncino calabrese: quale fa la differenza

Non tutti i peperoncini in polvere sono uguali. La spianata di qualità usa polveri ottenute da cultivar calabresi essiccate al sole o in essiccatoi a bassa temperatura, dove la lentezza del processo preserva la frazione aromatica accanto a quella piccante. I peperoncini più impiegati nei salumifici della Calabria appartengono a varietà come la sigaretta di Bagnara, il diavolicchio della costa tirrenica, oppure i locali coltivati negli orti familiari di tutta la regione. Il livello di piccantezza si calibra in fase di impasto, ma nella versione classica la spianata piccante non è mai aggressiva: è persistente, calda, costruita sulla profondità aromatica più che sulla puntura immediata.

Insacco, pressatura e legatura

L’impasto, ben amalgamato a mano in vasche di acciaio, riposa qualche ora in frigorifero a temperatura controllata, indicativamente tra 2 e 4 gradi, per permettere al sale e alle spezie di legarsi alla carne. Poi viene insaccato in budello naturale di suino, generalmente di calibro 55-65 millimetri, legato a mano con spago alimentare in tre o quattro nodi paralleli che daranno alla forma finita il suo aspetto caratteristico.

La pressatura è il passaggio che definisce la spianata. Dopo i primi giorni di asciugatura iniziale a 18-22 gradi, i salami vengono disposti su assi di legno e schiacciati lentamente sotto pesi, di solito tavole zavorrate con pietra o acqua. La pressione si applica per 4-6 giorni, con riposizionamenti periodici per ottenere uno schiacciamento uniforme. È un’operazione che richiede esperienza: troppa pressione spezza il budello, troppo poca lascia il salume tondo e annulla il senso stesso della lavorazione.

La stagionatura: dove si decide il carattere del salume

Conclusa la pressatura, la spianata entra nella fase di stagionatura vera e propria, che si svolge in locali ventilati a temperatura compresa tra 12 e 15 gradi e umidità relativa intorno al 75-80%. Sono le condizioni che rallentano lo sviluppo di muffe indesiderate e favoriscono la perdita progressiva d’acqua. Il calo peso in stagionatura, parametro che ogni norcino tiene d’occhio, si attesta tra il 30 e il 35% rispetto al peso di insacco. Sotto quella soglia, il salume risulta ancora umido al cuore. Sopra, secca eccessivamente e perde elasticità al taglio.

Nelle prime settimane può formarsi sulla superficie una leggera patina di muffe nobili, di colore biancastro: è un fenomeno naturale, indice di un microclima corretto. Le muffe indesiderate, quelle verdastre o nerastre, vanno invece spazzolate via con un panno inumidito di vino bianco. La stagionatura minima per una spianata di calibro medio è di 90 giorni; le versioni più equilibrate, secondo la tradizione delle aziende familiari calabresi, si fermano tra i 120 e i 150 giorni, con cali peso più contenuti e una pasta più morbida al palato.

Una spianata stagionata correttamente, al taglio, deve presentarsi compatta ma non gommosa, con un colore rosso intenso uniforme e cubetti di lardo bianchi e ben distinti. L’aroma, al naso, è complesso: sentori di carne stagionata, una nota dolce-piccante che ricorda il pepe lavorato, il calore del peperoncino in chiusura. Il sapore in bocca cresce in più tempi: prima la sapidità, poi la rotondità del grasso, infine il piccante che si distende e accompagna la deglutizione senza coprire mai gli altri descrittori.

Spianata, soppressata, salsiccia stagionata: differenze che si vedono al taglio

Capita spesso, anche fuori regione, di sentir confondere la spianata con la soppressata o con un comune salame piccante. La differenza è netta, e si coglie sia in lavorazione sia all’osservazione del prodotto finito.

La soppressata calabra usa carni più nobili, prevalentemente prosciutto e filetto, con macinatura più grossa e lardo a dadi più grandi. Il budello è di calibro maggiore, la stagionatura più lunga, la forma resta tondeggiante senza pressatura. Il sapore è più asciutto, la struttura più ferma. La salsiccia stagionata calabrese, invece, ha calibro piccolo, viene insaccata in budello sottile e raggiunge la stagionatura in 30-45 giorni: è un prodotto da consumo rapido, non da conservazione.

La spianata occupa una posizione intermedia, con una sua identità precisa. Calibro medio, pressatura, peperoncino come ingrediente caratterizzante in dose generosa ma controllata. È il salume da tagliere per eccellenza, perché la fetta sottile, larga e poco spessa si presta a essere apprezzata a temperatura ambiente come pochi altri insaccati. Non a caso, è quella che i calabresi portano in viaggio quando vogliono far conoscere il salume di casa a chi non lo ha mai assaggiato.

Spianata dolce e spianata piccante: una scelta di gusto, non di qualità

Esiste anche la versione dolce della spianata, dove al posto del peperoncino in polvere si aggiungono pepe nero in grani e, in alcune ricette familiari, semi di finocchio selvatico raccolti sulle colline. Non è un prodotto di seconda scelta: è semplicemente pensato per chi non tollera il piccante o per chi preferisce esaltare al massimo l’aroma della carne stagionata.

La versione piccante, però, resta quella che ha costruito la fama del salume oltre i confini regionali. Il peperoncino, oltre alla piccantezza, agisce anche come conservante naturale: la capsaicina e i suoi composti hanno un’azione batteriostatica documentata in letteratura scientifica, che si somma a quella del sale nelle prime fasi di asciugatura. Non è folklore: è una delle ragioni per cui in Calabria la cultura del piccante si è sviluppata così profondamente in tutte le preparazioni di lunga conservazione.

Come tagliarla, come servirla, come abbinarla a tavola

Il taglio è il primo gesto che fa la differenza. La spianata va affettata sottile, sottilissima quando possibile, perché la pressatura ha ridotto la sezione e una fetta spessa risulterebbe sproporzionata. Il coltello dev’essere lungo e ben affilato, oppure si può usare l’affettatrice impostata a uno spessore di 1-1,5 millimetri. La fetta ideale è quasi trasparente al centro, mostra chiaramente i cubetti di lardo bianchi sul fondo rosso, e si arrotola da sola se sollevata.

A tavola, la spianata trova il suo posto naturale come protagonista del tagliere, in compagnia di formaggi calabresi a media stagionatura come il pecorino crotonese o il caciocavallo silano DOP, accompagnati da pane casereccio di grano duro, olive in salamoia e qualche cucchiaiata di confettura di peperoncino dolce. È perfetta nei panini imbottiti con pomodoro fresco, mozzarella o ricotta, su fette di pane abbrustolite con un filo d’olio extravergine di oliva crudo. È l’ingrediente identitario della pizza alla diavola, dove sostituisce o affianca il salame piccante più diffuso, e dà carattere a primi piatti rustici come la pasta con cipolla rossa di Tropea, lardo e spianata saltata in padella.

In cucina si presta anche a usi meno scontati: tritata fine entra negli impasti per polpette e farciture di paste fresche, dona spinta a una frittata, arricchisce un risotto al pecorino dove va aggiunta a fine cottura per non perdere il piccante. Una sola accortezza: la spianata non andrebbe cotta a lungo. Il calore prolungato esalta il grasso ma sacrifica gli aromi del peperoncino, che è volatile per natura.

Quali vini bere con la spianata calabra

L’abbinamento con il vino è una questione di equilibrio fra grasso, sale e piccantezza. La spianata chiede un rosso strutturato ma non opulento, con tannino vivo che pulisca la bocca dal lardo e acidità sufficiente a tenere testa al peperoncino. La risposta più naturale arriva dalla viticoltura calabrese stessa.

Il Cirò Rosso DOC, prodotto sulla costa ionica crotonese da uve Gaglioppo, è l’abbinamento canonico: tannini fini, buona acidità, profilo aromatico fra frutti rossi maturi e spezie. Il Magliocco dolce, vitigno autoctono della Calabria centrale, dà vini più profondi, adatti a spianate più stagionate. Sul versante tirrenico, il Savuto DOC offre rossi di pronta beva, ottimi sull’aperitivo. Fuori regione, funzionano bene i rossi mediterranei a base di Nero d’Avola, Aglianico giovane o Primitivo di Manduria nelle annate più fresche. Un rosato calabrese a medio corpo è una scelta interessante per chi vuole un abbinamento meno impegnativo, soprattutto d’estate. Da evitare i bianchi troppo aromatici, che entrano in conflitto col peperoncino, e i rossi troppo evoluti, che vengono coperti.

Come riconoscere una spianata calabra di qualità (e come conservarla)

Davanti al banco salumeria o sullo scaffale, una spianata buona si riconosce da pochi indicatori affidabili. La superficie deve essere asciutta, di colore rosso brunato uniforme, senza patine appiccicose né muffe nerastre. La consistenza, premendo leggermente con le dita, deve essere soda ma non legnosa. Al taglio, la pasta dev’essere compatta, di colore rosso vivo, con cubetti di lardo bianchi e ben distribuiti, senza zone scure di ossidazione né bolle d’aria.

L’etichetta dice molto. Una spianata artigianale calabrese onesta riporta carne di suino italiano, sale marino, peperoncino, pepe e poco altro. La presenza di destrosio o saccarosio in piccole quantità è ammissibile e tradizionale; meno desiderabile è trovare conservanti chimici aggiunti oltre il minimo tecnico, latte in polvere o aromi artificiali. La dicitura “100% italiano” sulla carne è un indicatore di filiera, anche se non garantisce automaticamente la provenienza calabrese.

Una volta acquistata, la spianata intera si conserva appesa in un luogo fresco e ventilato, idealmente in dispensa o cantina a temperatura inferiore ai 18 gradi. In frigorifero va riposta avvolta in carta alimentare o in un panno di cotone, mai chiusa in plastica ermetica, che impedirebbe la traspirazione e favorirebbe sgradevoli sentori di chiuso. Una volta tagliata, la parte esposta tende a ossidarsi: si può proteggere strofinando un filo d’olio extravergine sulla superficie del taglio. Le fette già affettate vanno consumate entro pochi giorni, mantenute coperte in frigorifero e portate a temperatura ambiente almeno 15-20 minuti prima del consumo per liberare gli aromi.

Filiera corta, produzione familiare e tutela della tradizione

La spianata calabra non è ancora un prodotto a marchio DOP o IGP riconosciuto a livello europeo, anche se le associazioni dei produttori regionali lavorano da anni per ottenere una tutela formale. Questo significa che il nome “spianata calabra” è legalmente utilizzabile anche da chi produce industrialmente fuori dai confini regionali, con ricette standardizzate, carni di provenienza variabile e tempi di stagionatura accelerati con tecnologie che simulano il calo peso senza riprodurre lo sviluppo aromatico naturale.

La differenza la fa la filiera. Una spianata prodotta in Calabria, da carni di suini allevati nel rispetto dei tempi naturali di crescita, con peperoncino del territorio, lavorata a mano in piccoli laboratori e stagionata in ambienti che sfruttano il microclima locale, è un prodotto culturalmente e organoletticamente diverso da una sua controparte industriale, anche se l’etichetta nominale è la stessa. Per chi acquista, la differenza più affidabile è la conoscenza diretta del produttore: visitare il laboratorio, conoscere chi ci lavora, vedere dove vengono allevati gli animali quando è possibile, leggere etichette pulite.

Le aziende agricole calabresi a conduzione familiare, come la Tenuta Conforti di San Giorgio Albanese, lavorano da decenni in questa direzione: filiera corta, vendita diretta dal produttore al consumatore, gestione della stagionatura nei locali aziendali, ricette tramandate di generazione in generazione senza scorciatoie tecnologiche. È un modo di produrre che ha un costo industriale più alto, ma restituisce un prodotto che mantiene il legame con il territorio da cui proviene.

Domande frequenti sulla spianata calabra

Che differenza c’è tra spianata calabra e soppressata calabra?

Le due sono salumi calabresi distinti per taglio, lavorazione e aspetto. La spianata si caratterizza per la forma ovale schiacciata, ottenuta pressando il salame nelle prime settimane di stagionatura, e per la macinatura medio-fine della carne. La soppressata mantiene la forma tonda originaria del budello, ha macinatura più grossa con cubetti di lardo più visibili e usa tagli più nobili come il prosciutto e il filetto. La spianata è generalmente più speziata, con maggiore presenza di peperoncino; la soppressata privilegia il sapore della carne stagionata. La stagionatura della soppressata tende a essere più lunga, oltre i 5-6 mesi, contro i 3-5 mesi tipici della spianata di calibro medio.

La spianata calabra contiene glutine o lattosio?

Nella ricetta tradizionale, la spianata calabra non contiene né glutine né lattosio. Gli ingredienti classici sono carne di suino, lardo, sale marino, peperoncino in polvere e pepe nero, talvolta con piccole quantità di destrosio naturale come supporto alla fermentazione. Tuttavia, la composizione varia tra produttori: alcune lavorazioni industriali aggiungono latte in polvere, lattosio o derivati del frumento come addensanti o aromatizzanti. Per chi soffre di celiachia o intolleranza al lattosio è essenziale verificare sempre l’etichetta del prodotto specifico e cercare la dicitura esplicita “senza glutine” o “senza lattosio”. Le produzioni artigianali calabresi che rispettano la ricetta storica sono naturalmente prive di entrambi gli allergeni.

Quanto dura una spianata calabra una volta aperta?

Una spianata calabra intera, ancora insaccata e con il budello integro, si conserva fino a 4-5 mesi appesa in un ambiente fresco e ventilato. Una volta tagliata o iniziata, la durata si riduce sensibilmente: la parte esposta tende a ossidare a contatto con l’aria. Conservandola in frigorifero avvolta in carta alimentare o in un canovaccio di cotone, e proteggendo la superficie tagliata con un filo d’olio extravergine, si può consumare nell’arco di 2-3 settimane mantenendo buone qualità organolettiche. Le fette già affettate, sottovuoto o coperte da pellicola, vanno consumate idealmente entro 5-7 giorni dall’apertura. È sempre consigliato portarla a temperatura ambiente prima del consumo per liberare aromi e morbidezza del grasso.

Si può cuocere la spianata calabra in padella o sulla pizza?

Sì, ma con qualche accortezza. La spianata calabra si presta bene a usi caldi: è uno degli ingredienti tradizionali della pizza alla diavola e della pasta calabrese saltata, dove viene aggiunta a fine cottura per non perdere gli aromi volatili del peperoncino. In padella va scaldata brevemente, a fuoco moderato, giusto il tempo di fondere parzialmente il grasso e liberare i profumi, senza farla bruciare. Una cottura prolungata o ad alta temperatura impoverisce il sapore del peperoncino, che è naturalmente volatile, e rende il grasso troppo asciutto. Per la pizza, si consiglia di aggiungere le fette negli ultimi 2-3 minuti di cottura, quando il forno è già caldo e la base quasi pronta, in modo da ottenere una leggera fusione del grasso senza compromettere il profilo aromatico.

Quanto è piccante la spianata piccante calabra?

La piccantezza della spianata calabra è generalmente media, costruita più sulla persistenza aromatica che sull’intensità immediata. Non è un prodotto pensato per chi cerca un piccante estremo come quello dei peperoncini superhot: il peperoncino calabrese tradizionale, come la sigaretta di Bagnara o il diavolicchio costiero, ha un livello di piccantezza misurato tra 15.000 e 30.000 unità Scoville, paragonabile a un jalapeño maturo o a un Cayenna leggero. Nell’impasto della spianata, la dose è calibrata per dare una sensazione calda e progressiva, che si sviluppa dopo qualche secondo e accompagna la deglutizione senza coprire gli altri sapori. Esistono però versioni più piccanti, dichiarate in etichetta, per chi ama un livello più intenso.

La spianata calabra si può spedire in tutta Italia? Resiste al viaggio?

La spianata calabra è uno dei salumi stagionati più adatti alla spedizione, proprio per la sua bassa umidità residua e l’azione conservante del peperoncino. Viene generalmente spedita sottovuoto, intera o tagliata a metà con cura. Le aziende agricole calabresi che vendono direttamente online utilizzano corrieri espressi con consegna in 24-48 ore su tutto il territorio nazionale. Il prodotto sottovuoto, se mantenuto al fresco durante il trasporto, arriva integro e con tutte le caratteristiche organolettiche preservate. All’arrivo, va aperto entro qualche giorno, ribadito il sottovuoto se non si consuma subito, oppure trasferito al fresco in dispensa. Per consumi rapidi, la confezione affettata e sigillata sottovuoto è la soluzione più pratica.

Quali tagli di maiale si usano per fare la spianata calabra?

La spianata calabra di qualità si produce con tagli precisi del maiale, scelti per il giusto equilibrio tra fibra muscolare e grasso di copertura. I tagli principali sono la coscia, la spalla e la coppa, che forniscono la carne magra dell’impasto. A questi si aggiunge il lardo di schiena, tagliato a coltello in cubetti di 4-5 millimetri, che dà la caratteristica venatura bianca alla fetta. La proporzione classica è circa 70-75% di magro e 25-30% di grasso, calibrata in base alla resa di stagionatura desiderata. I tagli più poveri come la pancetta o il grasso molle non vengono usati nella spianata tradizionale: trovano impiego nella ‘nduja, nella sugna o nelle frittule. La selezione dei tagli è uno dei marcatori di qualità più affidabili: produzioni industriali a basso costo possono includere carni meno nobili, mentre i salumifici artigianali calabresi mantengono la ricetta storica.

Esiste una DOP o IGP per la spianata calabra?

Allo stato attuale, la spianata calabra non gode di un riconoscimento DOP (Denominazione di Origine Protetta) o IGP (Indicazione Geografica Protetta) a livello europeo, a differenza di altri salumi calabresi tutelati come la ‘Nduja di Spilinga, la Soppressata di Calabria DOP, la Salsiccia di Calabria DOP e il Capocollo di Calabria DOP, riconosciuti dal regolamento comunitario. Le associazioni dei produttori regionali e le istituzioni locali lavorano da anni per ottenere una tutela formale anche per la spianata, ma il percorso è lungo e tecnicamente complesso. In attesa di un riconoscimento ufficiale, la migliore garanzia di autenticità resta l’acquisto diretto da aziende agricole calabresi a conduzione familiare, con filiera tracciabile e produzione localizzata in territorio regionale.

Una scelta che va oltre il salume

Portare a tavola una vera spianata piccante calabra significa fare i conti con una storia lunga di secoli, con la geografia di una regione che ha trasformato i limiti del clima in opportunità tecniche, con la cultura di famiglie che hanno imparato a conservare la carne quando il frigorifero non esisteva e ad arricchirla con un peperoncino che è diventato parte dell’identità collettiva. La spianata non è soltanto un prodotto da tagliere: è un esempio concreto di come la cucina del Mezzogiorno italiano abbia saputo costruire un patrimonio gastronomico di valore mondiale partendo da risorse modeste e da una conoscenza tramandata oralmente.

Chi sceglie oggi una spianata artigianale calabrese sta facendo una scelta che ha implicazioni più ampie del semplice gusto. Sta sostenendo una filiera corta che mantiene attivi i piccoli allevamenti del territorio, sta proteggendo varietà di peperoncino che altrimenti rischierebbero di scomparire dietro l’avanzata delle polveri industriali standardizzate, sta valorizzando il lavoro di mani che ancora oggi tagliano il lardo a coltello e impastano la carne in vasca senza scorciatoie. È un atto di consumo consapevole che ha effetti tangibili sulla sopravvivenza di un sapere che, una volta perduto, non si recupera.

Sul piano del piacere a tavola, una spianata fatta bene è una di quelle esperienze che restano. La prima fetta tagliata sottile, sollevata controluce per vedere i cubetti di lardo distribuirsi nel rosso, posata su una fetta di pane di grano duro ancora tiepido, accompagnata da un sorso di Cirò: è il momento in cui si capisce perché un salume può diventare ambasciatore di una regione intera.

Assaggia la spianata calabra della nostra tradizione familiare

La spianata che produciamo a San Giorgio Albanese nasce dalla stessa ricetta che la famiglia Conforti tramanda da generazioni: tagli scelti di suino italiano, lardo di schiena tagliato a coltello, peperoncino calabrese del territorio, stagionatura naturale nei locali aziendali. Nessuna scorciatoia industriale, nessun aroma aggiunto. Se vuoi assaggiare una spianata che parla davvero della Calabria, esplora la nostra selezione di salumi calabresi nello spaccio online, oppure scrivici per ricevere consigli personalizzati sull’abbinamento con gli altri prodotti della nostra azienda agricola. Il modo migliore per conoscere il sapore di un territorio è ascoltare chi lo produce, una fetta alla volta.

 

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