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Come Scegliere Olio Extravergine: Guida per Riconoscere Quello Buono

Pubblicato il 26 Giugno 2024

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Da GIULIANO CONFORTI

Per scegliere olio extravergine di qualità bisogna leggere l’etichetta, diffidare dei prezzi troppo bassi e imparare a riconoscere all’assaggio i profumi buoni — erba, carciofo, amaro e piccante — distinguendoli dai difetti. Te lo dico da chi l’olio lo fa, non solo lo vende. Qui a San Giorgio Albanese, sulle colline della valle del Crati, ogni anno raccogliamo le nostre olive Carolea e le portiamo al frantoio in poche ore. So bene quanto lavoro c’è dietro una bottiglia onesta, e so anche quanti trucchi girano sugli scaffali.

Scegliere un buon olio extravergine non è difficile, ma serve qualche conoscenza. In questa guida ti spiego come leggere l’etichetta, quali parametri di qualità contano davvero, come riconoscere un olio difettoso con un semplice assaggio e quanto dovrebbe costare un extravergine vero. Sono le stesse cose che guardo io quando assaggio l’olio di un collega o quando spiego ai clienti come orientarsi.

Alla fine avrai gli strumenti per non farti ingannare da etichette furbe e prezzi civetta. Perché scegliere olio extravergine buono è soprattutto una questione di consapevolezza: una volta che sai cosa cercare, non torni più indietro.

Cosa significa scegliere un buon olio extravergine

Partiamo dalle basi. L’olio extravergine di oliva è la categoria più alta, ottenuta solo con mezzi meccanici, senza solventi né calore eccessivo. Per legge deve avere un’acidità libera non superiore allo 0,8% ed essere privo di difetti all’assaggio. Ma rientrare nei limiti di legge non basta a fare un grande olio. Tra un extravergine appena sufficiente e uno eccellente c’è un mondo.

Scegliere olio extravergine di valore significa cercare freschezza, profumo e vitalità. Un olio vivo profuma di erba appena tagliata, ha note di carciofo o di pomodoro verde, e in bocca lascia un amaro e un piccante puliti. Questi non sono difetti, come molti credono, ma il segno della presenza di polifenoli, gli antiossidanti naturali dell’oliva. Un olio piatto, senza carattere, spesso è un olio vecchio o lavorato male.

Leggere l’etichetta dell’olio extravergine

L’etichetta è il primo strumento per scegliere olio extravergine senza assaggiarlo. La prima cosa che guardo è l’origine. Un olio “100% italiano” o, meglio ancora, di una zona precisa come la Calabria, è più tracciabile di un generico “miscela di oli di diversi Paesi UE”. Quella dicitura, sia chiaro, è legale, ma racconta un prodotto industriale, assemblato da oli di varia provenienza.

Poi cerco l’annata di raccolta. L’olio non migliora invecchiando: più è fresco, meglio è. Un extravergine dà il meglio nei dodici-diciotto mesi dalla molitura. Le diciture estratto a freddo o spremuto a freddo indicano una lavorazione sotto i 27°C, che preserva profumi e polifenoli. Infine controllo il termine minimo di conservazione e le indicazioni per conservarlo (al riparo da luce e calore). Se l’origine è vaga e mancano questi riferimenti, lascio la bottiglia sullo scaffale.

I parametri di qualità: acidità, polifenoli, perossidi

Dietro a un buon olio ci sono dei numeri. L’acidità libera, espressa in acido oleico, per un extravergine non può superare lo 0,8%. È un valore di legge, non di pregio, e non si sente al gusto: si misura in laboratorio. I migliori oli stanno molto più in basso. Il nostro Carolea, per dire, si attesta tra 0,2 e 0,3%, segno di olive sane e frante in fretta.

Poi ci sono i polifenoli, gli antiossidanti responsabili dell’amaro e del piccante. Un olio ricco di polifenoli, come il nostro che supera i 250 mg/kg, è più stabile nel tempo e, secondo il claim approvato dall’EFSA, contribuisce a proteggere i grassi del sangue dallo stress ossidativo. Infine il numero di perossidi, che indica lo stato di ossidazione: più è basso, più l’olio è fresco. Questi valori non sempre sono in etichetta, ma quando un produttore li dichiara è quasi sempre buon segno. Per scegliere olio extravergine in modo informato, vale la pena conoscerli.

Come riconoscere i difetti con l’assaggio

Il modo più sicuro per scegliere olio extravergine resta l’assaggio. Non serve essere assaggiatori professionisti, basta un po’ di pratica. Verso un cucchiaino d’olio in un bicchierino, lo scaldo tenendolo in mano e annuso. Un olio buono profuma di fresco: erba, foglia, carciofo, mandorla, pomodoro. Un olio difettoso, invece, si tradisce subito.

I difetti più comuni sono il rancido (odore di noci vecchie, di olio dimenticato in dispensa), la morchia (sa di fondo melmoso, di olio rimasto a contatto con i residui), la muffa e l’avvinato (sa di aceto o vino, da olive fermentate). In bocca, poi, cerco l’amaro e il piccante: se ci sono, è un buon segno. Se l’olio è dolciastro e piatto, spesso è vecchio o di bassa qualità. Imparare ad assaggiare è la libertà di non dipendere più solo dall’etichetta.

Spremitura a freddo, cultivar e annata

La qualità di un olio nasce in campo e si decide al frantoio. La raccolta al momento giusto, all’invaiatura tra ottobre e novembre, e la molitura entro poche ore fanno la differenza tra un olio profumato e uno spento. La spremitura a freddo, con la gramolatura sotto i 27°C, mantiene intatti i composti aromatici e i polifenoli.

Anche la cultivar conta. Ogni varietà di oliva dà un olio diverso: la nostra Carolea regala un fruttato medio, erbaceo, con un piccante elegante. Un olio monocultivar racconta un territorio; un blend cerca l’equilibrio. Infine l’annata: scegli sempre l’olio dell’ultima campagna. Quando devi scegliere olio extravergine, freschezza e lavorazione contano più del nome sull’etichetta.

Il prezzo: quanto deve costare un olio onesto

Veniamo al punto dolente: il prezzo. Un extravergine vero, di filiera corta italiana, non può costare pochi euro al litro. Dietro a una bottiglia onesta c’è un anno di lavoro: la cura degli ulivi, la raccolta, il trasporto rapido, la molitura, lo stoccaggio al riparo dall’ossigeno, l’imbottigliamento. Tutto questo ha un costo che un prezzo da discount non può coprire.

Non ti do una cifra fissa, perché cambia ogni annata in base al raccolto. Ma tieni a mente una regola: se un olio “extravergine” costa quanto un olio di semi, qualcosa non torna. Probabilmente è un assemblaggio di oli stranieri di bassa qualità. Pagare il giusto è il primo modo per scegliere olio extravergine vero e per sostenere chi lavora con onestà. Trovi il nostro olio in latta, in bag in box e nei formati da 5 litri, pensati per chi vuole qualità tutto l’anno a un prezzo giusto.

Gli errori più comuni quando si sceglie l’olio

Per chiudere, ecco gli errori che vedo fare più spesso. Il primo è farsi guidare solo dal prezzo basso. Il secondo è credere che l’olio “delicato” e dolce sia migliore: spesso è solo vecchio o povero di polifenoli. Il terzo è conservarlo male, vicino ai fornelli o alla luce, dove irrancidisce in fretta. Il quarto è comprarne troppo: meglio quantità giuste e fresche che una scorta che invecchia.

Evitando questi errori e seguendo i consigli di questa guida, scegliere olio extravergine diventa semplice. Bastano un’occhiata attenta all’etichetta, un po’ di diffidenza verso i prezzi stracciati e la voglia di assaggiare. Il palato, con l’esperienza, diventa lo strumento più affidabile che hai.

Domande frequenti su come scegliere l’olio extravergine

Come scegliere un buon olio extravergine di oliva?

Per scegliere olio extravergine di qualità guardo tre cose: l’etichetta, il prezzo e, se posso, il gusto. Sull’etichetta cerco l’origine chiara (meglio 100% italiano o di una zona precisa), l’annata di raccolta e la dicitura estratto a freddo. Diffido dei prezzi troppo bassi: un extravergine vero, da olive raccolte e franti in poche ore, non può costare pochi euro al litro. E all’assaggio cerco i profumi d’erba e di carciofo, l’amaro e il piccante: sono pregi, non difetti. È così che da produttore valuto ogni olio.

Come leggere l’etichetta dell’olio extravergine?

Sull’etichetta di un olio extravergine devono comparire la categoria (olio extravergine di oliva), l’origine, il termine minimo di conservazione e le condizioni di conservazione. Le informazioni che mi interessano di più sono l’origine delle olive e l’annata o la campagna di raccolta. Un olio onesto dichiara da dove vengono le olive e quando sono state raccolte. Le diciture estratto a freddo o spremuto a freddo indicano una lavorazione sotto i 27 gradi, che preserva profumi e polifenoli. Se l’origine è vaga, meglio lasciar perdere.

Qual è l’acidità giusta per un olio extravergine?

Per legge un olio extravergine deve avere un’acidità libera non superiore allo 0,8%. Ma è un valore di legge, non di pregio: i migliori extravergini stanno molto più in basso. Il nostro olio di cultivar Carolea, per esempio, ha un’acidità tra 0,2 e 0,3%. L’acidità non si sente al gusto, si misura in laboratorio, quindi da sola non basta a scegliere olio extravergine buono. È però un buon indicatore di olive sane, raccolte al punto giusto e frante in fretta.

Come riconoscere un olio extravergine difettoso?

I difetti di un olio si sentono all’assaggio. Scaldando un cucchiaino in mano e annusando, un olio difettoso sa di rancido (come noci vecchie), di morchia (fondo melmoso), di muffa o di avvinato. Un buon extravergine, invece, profuma di erba fresca, foglia, carciofo o pomodoro, e in bocca ha amaro e piccante. Tanti pensano che amaro e piccante siano difetti: è il contrario, sono il segno dei polifenoli, gli antiossidanti che fanno bene. Imparare ad assaggiare è il modo migliore per scegliere olio extravergine senza farsi ingannare dall’etichetta.

Quanto deve costare un buon olio extravergine?

Un buon olio extravergine, da filiera corta italiana, difficilmente costa poco. Tra raccolta, molitura rapida, stoccaggio e imbottigliamento, il costo reale è ben superiore a quello dei prodotti da scaffale a pochi euro. Senza darti un prezzo preciso, che cambia ogni annata, ti dico questo: se un extravergine costa quanto un olio di semi, qualcosa non torna. Da noi il prezzo riflette il lavoro di un anno intero sulle colline del Crati. Pagare il giusto è il primo passo per scegliere olio extravergine vero.

Meglio un olio monocultivar o un blend?

Dipende da cosa cerchi. Un monocultivar, fatto con una sola varietà di oliva come la nostra Carolea, ha un carattere riconoscibile e racconta un territorio. Un blend, che unisce più cultivar, punta a un gusto più equilibrato e costante negli anni. Nessuno dei due è meglio in assoluto. Io amo i monocultivar perché esprimono la mia terra, ma per scegliere olio extravergine adatto a te conta soprattutto la freschezza e la qualità della lavorazione, più della formula. Assaggia e scegli quello che ti piace.

Perché scegliere l’olio delle Tenute Conforti

Quando ti ho spiegato come scegliere olio extravergine, ti ho raccontato esattamente come lavoriamo noi. A San Giorgio Albanese, nella valle del Crati, coltiviamo le nostre olive Carolea e le trasformiamo nel nostro frantoio con molitura a freddo, raccolta all’invaiatura e stoccaggio al riparo dall’ossigeno. Acidità contenuta, polifenoli alti, origine dichiarata e annata sempre fresca. Trovi il nostro olio in bottiglia e in latta, insieme ai sottoli e ai salumi di famiglia. Quando ordini rispondiamo io o mio fratello, mai un call center.

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