La nostra azienda ha sede a San Giorgio Albanese, in provincia di Cosenza. Il nome italiano dice già tutto, ma quello vero, quello che si usa in paese, è Mbuzati. Non è folklore da cartolina: è la lingua in cui mio nonno contava le giornate di raccolta e in cui ancora oggi qualcuno ti saluta per strada.
Coltiviamo olivi su queste colline da oltre cinquant’anni, e per capire perché l’olivicoltura qui è fatta in un certo modo bisogna capire chi ha popolato questi paesi e perché ci è arrivato. È una storia di esilio, di terre marginali assegnate ai nuovi venuti, e di una tenacia linguistica che ha attraversato cinque secoli.

Chi sono gli arbëreshë
Il termine arbëreshë è l’autodenominazione: deriva da Arbër, il nome medievale dell’Albania, e significa semplicemente albanesi. Si riferisce ai discendenti delle popolazioni albanesi ed epirote che si stabilirono nell’Italia meridionale e in Sicilia a partire dalla metà del Quattrocento.
Le stime parlano di circa 100.000 persone che si riconoscono in questa identità, distribuite in una cinquantina di centri abitati. Le regioni interessate sono Calabria, Sicilia, Molise, Puglia, Basilicata, Campania e Abruzzo. La Calabria ne ospita il nucleo più consistente: solo in provincia di Cosenza si contano una trentina di comuni arbëreshë, tra cui San Demetrio Corone, Lungro, Civita, Frascineto, Acquaformosa, Santa Sofia d’Epiro, Vaccarizzo Albanese e la nostra San Giorgio Albanese.
Non si tratta di una comunità di immigrazione recente. È una minoranza storica insediata da oltre cinquecento anni, con una propria lingua, un proprio rito religioso, un proprio repertorio musicale e una cucina riconoscibile.
Perché sono arrivati in Italia: la storia
Il punto di svolta è il 1468, anno della morte di Giorgio Castriota Scanderbeg, il condottiero che per un quarto di secolo aveva tenuto testa all’espansione ottomana nei Balcani. Con la sua scomparsa la resistenza albanese si sfalda e, nel giro di pochi anni, l’Albania cade sotto il controllo ottomano.
Le migrazioni verso l’Italia però erano già iniziate prima. Scanderbeg aveva stretto alleanze con il Regno di Napoli, e già negli anni Sessanta del Quattrocento contingenti albanesi erano stati inviati in Italia meridionale a sostegno di Ferdinando I d’Aragona contro i baroni ribelli. In cambio ricevettero terre e privilegi. Furono i primi nuclei stabili.
Dopo il 1468, e poi con la caduta di Corone nel 1534, i flussi si intensificarono. Le ondate migratorie proseguirono a più riprese fino al XVIII secolo. Ai profughi vennero assegnate zone collinari e montane, spesso spopolate o marginali, dove ricostruirono i loro villaggi. È un dettaglio che spiega molto: le terre migliori erano già occupate, e le comunità arbëreshë si stabilirono dove l’agricoltura richiedeva più fatica.
La lingua arbërisht e la sua tutela
L’arbërisht è una variante dell’albanese tosco, il dialetto parlato nel sud dell’Albania, che si è staccata dal ceppo originario prima che la lingua albanese moderna si standardizzasse. Per questo conserva forme arcaiche scomparse in Albania e, allo stesso tempo, ha assorbito prestiti dall’italiano, dal calabrese e dal greco.
Un parlante albanese di oggi capisce l’arbërisht solo in parte: è come ascoltare una fotografia linguistica del Quattrocento con innesti locali. Le comunità hanno tramandato la lingua quasi esclusivamente per via orale, all’interno delle famiglie, senza un sistema scolastico che la sostenesse fino a tempi recenti.
Il riconoscimento formale arriva con la legge 15 dicembre 1999, n. 482, che tutela le minoranze linguistiche storiche italiane e include esplicitamente le popolazioni di lingua albanese. Da allora è possibile insegnare l’arbërisht nelle scuole dei comuni interessati, usarlo negli atti pubblici e nella toponomastica bilingue che oggi trovi all’ingresso di ogni paese.
Resta il fatto, e va detto senza retorica, che la trasmissione intergenerazionale si è indebolita. I bambini crescono in italiano, l’emigrazione ha svuotato i paesi, e la lingua si concentra sempre più nella fascia anziana della popolazione. La tutela normativa c’è; la vitalità quotidiana è un’altra questione.
Il rito greco-bizantino e l’Eparchia di Lungro
La particolarità forse più visibile delle comunità arbëreshë è quella religiosa. Molte di esse hanno conservato il rito greco-bizantino, pur essendo in piena comunione con la Chiesa cattolica di Roma.
Nelle chiese arbëreshë trovi l’iconostasi che separa la navata dal santuario, le icone dipinte secondo i canoni bizantini, la liturgia di San Giovanni Crisostomo, il canto senza accompagnamento strumentale, i sacerdoti che possono essere sposati. Chi entra per la prima volta in una chiesa di Lungro o di San Demetrio Corone si trova in uno spazio che assomiglia più a una chiesa ortodossa che a una parrocchia latina.
L’assetto istituzionale si definisce nel 1919, quando viene eretta l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale, con sede appunto a Lungro, in provincia di Cosenza. Per la Sicilia esiste l’Eparchia di Piana degli Albanesi. Prima di allora le comunità dipendevano dai vescovi latini locali, con frequenti tensioni sul mantenimento del rito.
Feste, canti e costumi
Il calendario arbëresh ruota attorno alla Pasqua, che è la festa maggiore, celebrata secondo il rito bizantino con la settimana santa scandita da liturgie lunghe e partecipate.
Il momento più noto sono le Vallje, le danze che si svolgono il martedì dopo Pasqua a Civita, Frascineto, Eianina e in altri centri del Pollino. Uomini e donne in costume tradizionale formano lunghe catene umane, guidate da un capofila, e attraversano il paese cantando i rapsodie, i canti epici che ricordano le imprese di Scanderbeg. Non è una rievocazione turistica costruita a tavolino: è una pratica che si è tramandata per secoli.
Il costume femminile, la coha, è un capitolo a parte. Ricami in oro su fondo scuro, camicia bianca plissettata, copricapo diverso a seconda dello stato civile della donna. Un abito completo richiedeva mesi di lavoro e costituiva parte sostanziale della dote.
Poi c’è la musica: canti polivocali a più voci, eseguiti senza strumenti, con una tessitura armonica che gli etnomusicologi hanno studiato a lungo per la sua distanza dalle tradizioni musicali calabresi circostanti.
La cucina arbëreshë
La cucina di queste comunità è un incrocio: base balcanica, ingredienti calabresi, tecniche contadine di montagna. Il risultato ha piatti che non trovi altrove in Calabria.
Le shtridhëlat sono una pasta lunga, sottile, ottenuta arrotolando l’impasto tra i palmi delle mani, condita tradizionalmente con ceci e fagioli. Le dromësat sono grumi irregolari di semola bagnata con poca acqua, cotti direttamente nel sugo: una pasta povera, di quelle che nascono quando la farina va fatta rendere.
Il grurët è grano bollito condito con noci, mosto cotto e melagrana, preparato per la commemorazione dei defunti — un piatto che ha paralleli diretti nel mondo greco e balcanico. Tra i dolci, i kanojet e le varie preparazioni con miele e mandorle per i matrimoni.
Il filo comune è l’olio di oliva, che qui non è un condimento tra i tanti ma la base grassa di quasi tutto, in assenza storica di burro e con un uso limitato dello strutto. Se ti interessa il quadro completo delle specialità di questa regione, l’ho ricostruito nella guida ai prodotti tipici calabresi e in quella sui dolci della tradizione calabrese.
San Giorgio Albanese: il paese dove nasce il nostro olio
San Giorgio Albanese, Mbuzati in arbërisht, sorge sulle colline che guardano la piana di Sibari, in provincia di Cosenza. È uno dei paesi fondati dai profughi albanesi, e come gli altri della zona si è sviluppato su un versante scosceso, a mezza costa tra il mare e i primi rilievi della Sila Greca.
Questa collocazione è esattamente ciò che determina il carattere del nostro olio. Gli oliveti stanno su terreni collinari, ventilati, con escursione termica marcata tra il giorno e la notte. La cultivar dominante è la Carolea, la varietà calabrese per eccellenza, affiancata da piccole quote di Roggianella, Tonda di Strongoli e Dolce di Rossano.
La raccolta parte a fine ottobre, all’invaiatura, quando la drupa vira dal verde al violaceo. Le olive scendono al frantoio in giornata e vengono molite a freddo, sotto i 27 gradi. È il metodo che restituisce un olio extra vergine di oliva con fruttato medio, note di carciofo e mandorla verde, amaro contenuto e un piccante presente ma mai aggressivo.
Quando racconto il nostro olio non parto mai dalla scheda tecnica. Parto da qui: da un paese che parla una lingua di cinquecento anni fa, su una collina che qualcuno assegnò ai profughi perché nessun altro la voleva, e da famiglie che su quella collina hanno piantato olivi invece di andarsene. Il resto — l’acidità, i polifenoli, le analisi — viene dopo, e lo trovi spiegato nella guida alla degustazione dell’olio.
Domande frequenti sugli arbëreshë
Chi sono gli arbëreshë?
Gli arbëreshë sono gli italo-albanesi, cioè i discendenti delle popolazioni albanesi ed epirote emigrate nell’Italia meridionale tra il XV e il XVIII secolo per sfuggire all’avanzata ottomana nei Balcani. Il nome deriva da Arbër, denominazione medievale dell’Albania. Si stima che circa 100.000 persone si riconoscano in questa identità, distribuite in una cinquantina di comuni tra Calabria, Sicilia, Molise, Puglia, Basilicata, Campania e Abruzzo. Non sono una comunità di immigrazione recente ma una minoranza storica insediata da oltre cinque secoli, con lingua, rito religioso e tradizioni proprie.
Che lingua parlano gli arbëreshë?
Parlano l’arbërisht, una variante dell’albanese tosco che si è separata dal ceppo originario prima della standardizzazione dell’albanese moderno. Conserva quindi forme arcaiche scomparse in Albania e ha assorbito prestiti dall’italiano, dal calabrese e dal greco. Un albanese di oggi la comprende solo parzialmente. La lingua è stata tramandata per via orale all’interno delle famiglie ed è riconosciuta e tutelata dalla legge 482 del 1999 sulle minoranze linguistiche storiche, che ne consente l’insegnamento scolastico e l’uso nella toponomastica bilingue.
Quali sono i comuni arbëreshë in Calabria?
La Calabria ospita il nucleo più numeroso di comunità arbëreshë, concentrato soprattutto in provincia di Cosenza, dove si contano una trentina di centri. Tra i più noti figurano Lungro, sede eparchiale, San Demetrio Corone, Civita, Frascineto, Acquaformosa, Santa Sofia d’Epiro, Vaccarizzo Albanese, Spezzano Albanese e San Giorgio Albanese, il cui nome in arbërisht è Mbuzati. Altre comunità si trovano nel catanzarese e nel crotonese. Quasi tutti questi paesi sorgono in posizione collinare o montana, sui terreni marginali assegnati ai profughi al momento dell’insediamento.
Perché gli albanesi emigrarono in Italia nel Quattrocento?
La causa principale fu il collasso della resistenza albanese all’espansione ottomana dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderbeg nel 1468. Alcuni nuclei erano però già arrivati prima: Scanderbeg era alleato del Regno di Napoli e aveva inviato contingenti a sostegno di Ferdinando I d’Aragona, che li ricompensò con terre e privilegi. Dopo il 1468, e in particolare dopo la caduta di Corone nel 1534, le migrazioni si intensificarono e proseguirono a ondate successive fino al XVIII secolo. Ai profughi vennero assegnate aree collinari e montane spesso spopolate.
Che rito religioso seguono gli arbëreshë?
Molte comunità arbëreshë seguono il rito greco-bizantino pur essendo in piena comunione con la Chiesa cattolica di Roma. Nelle loro chiese si trovano l’iconostasi, le icone secondo i canoni bizantini, la liturgia di San Giovanni Crisostomo e il canto senza accompagnamento strumentale; i sacerdoti possono essere sposati. L’assetto istituzionale attuale risale al 1919, con l’erezione dell’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi dell’Italia continentale, affiancata dall’Eparchia di Piana degli Albanesi per la Sicilia. Prima di allora le comunità dipendevano dai vescovi latini locali.
Cosa sono le Vallje arbëreshe?
Le Vallje sono le danze tradizionali che si svolgono il martedì successivo alla Pasqua in diversi paesi arbëreshë del Pollino, in particolare a Civita, Frascineto ed Eianina. Uomini e donne in costume formano lunghe catene umane guidate da un capofila e attraversano il paese intonando le rapsodie, canti epici che rievocano le imprese di Scanderbeg e la resistenza contro gli ottomani. Il costume femminile, la coha, presenta ricami in oro su fondo scuro e copricapo differenti a seconda dello stato civile. Non è una ricostruzione turistica ma una pratica tramandata per secoli.
Quali sono i piatti tipici arbëreshë?
La cucina arbëreshë incrocia base balcanica e ingredienti calabresi. Tra i primi piatti spiccano le shtridhëlat, pasta lunga arrotolata a mano e servita con ceci e fagioli, e le dromësat, grumi irregolari di semola cotti direttamente nel sugo. Il grurët è grano bollito con noci, mosto cotto e melagrana, preparato per la commemorazione dei defunti, con paralleli diretti nel mondo greco e balcanico. Tra i dolci si trovano i kanojet e diverse preparazioni con miele e mandorle legate ai matrimoni. L’olio di oliva è la base grassa quasi esclusiva di tutta la cucina.





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